IL CASO – Un'altra eccellenza che saluta: Oreste Petrucci riparte dal Montignoso. Perché la Spezia continua a farsi sfuggire i suoi talenti?
- Juri Lertora
- 22 mag
- Tempo di lettura: 2 min

LA SPEZIA — C’è un filo invisibile, eppure dolorosamente concreto, che continua a legare il calcio giovanile spezzino a una strana forma di autolesionismo. È il filo dei treni che partono, delle valigie che si chiudono e dei professionisti stimati che, ancora una volta, salutano la nostra provincia per andare a fare le fortune calcistiche di qualcun altro.
L'ultimo capitolo di questa saga – che comincia a somigliare drammaticamente a un cliché – porta il nome di Oreste Petrucci.
Diciamolo chiaramente: la Spezia perde un pezzo da novanta. Perde un dirigente preparato, un uomo di campo e di scrivania che ha fatto della competenza e della passione per i giovani il suo marchio di fabbrica. Chiusa la parentesi con il San Marco Avenza, per Petrucci le porte del futuro si sono spalancate immediatamente. Ma non qui. Non a casa sua. Ad accoglierlo a braccia aperte, intuendo lo spessore dell'uomo e del professionista, è stata un’altra realtà toscana: il Montignoso Calcio.
Un addio che fa riflettere
Per Petrucci si tratta dell'ennesimo attestato di stima fuori dai confini provinciali, la conferma che il suo modo di lavorare – serio, programmato, mai banale – riscuote applausi ovunque. Resta, però, quella forte punta di amaro in bocca che contagia chiunque abbia a cuore il movimento calcistico dello spezzino.
Com'è possibile che un territorio così ricco di passione non riesca a trattenere le sue menti migliori? Perché il nostro settore giovanile continua a "esportare" competenze anziché metterle a sistema per far crescere i campioni di domani all'ombra del Picco?
Vedere Petrucci sposare il progetto del Montignoso è una splendida notizia per lui, a cui va il più caloroso "in bocca al lupo" per questa nuova avventura, certi che saprà lasciare il segno anche in terra massese. Ma per il calcio spezzino è, purtroppo, l'ennesima occasione persa. L'ennesimo talento dirigenziale che ci guarderà da lontano, ricordandoci quello che avremmo potuto essere, e che invece non siamo stati capaci di trattenere.









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